Article written

  • on 05.02.2010
  • at 12:31 AM
  • by chiara

Cinema simulacro, cinema vitale e in musica. I pastiche di autori e case indipendenti 0

La scienza del sonno, Pelle misteriosa, Cinquecento giorni d’estate. Fino all’Eterno sorgere della mente immacolata. I Palindromi mai tradotti, e i Benvenuti nella casa delle bambole. Il cinema indipendente Usa è un fiorire di titoli tintinnanti, che tradotti non perdono nulla della loro sonorità intrinseca.

L’arte del titolismo tradotto però, che arte non è mai stata, li smembra sottovalutando le menti degli spettatori o fruitori, spazzando via quella natura musicale imprecisa e frammentaria che li caratterizza. L’indie è uno spauracchio da aggirare, anche se, per chi scrive, è una scoperta tardiva e crudele: da non identificare con la generica “indipendenza” produttiva, è un genere preciso, anche se sembra spaziare tra i generi, inglobarli e poi risputarli distrutti (e vivificati). Ha le sue case di distribuzione, i suoi padrini più o meno ufficiali (Robert Redford e il suo Sundance), le sue regole non scritte che lo ingabbiano assicurandogli un bacino d’utenza. Si è parlato più volte dell’estetica da videoclip, denominazione critica che sembra pericolosa e urticante ma che può essere anch’essa interpretata senza isterismi: il video musicale statunitense, europeo, o di chissà quali altrove, nei primi anni ’90 era una sorta di fucina. Indolore e divertito gettare nel contenitore dal respiro corto elementi, suggestioni, sperimentazioni più o meno ardite. Se nella maggior parte dei casi si restava impantanati nel mero esercizio di stile, talvolta potevano emergere idee, piccoli script inodori da far gemmare a contatto con bocche, gesti, attori. E denaro. E’ stato il caso di Michel Gondry e dei suoi citati Eternal sunshine of the spotless mind e Science of sleep: dai videoclip in cui far nascere mostri all’onirismo cartaceo e cartoonesco che esplode nella stanza di Gael Garcia Benal, ma soprattutto nell’ineguagliato e complesso Eternal sunshine …(2004), in cui l’idea fantascientifica di una macchina cancella-ricordi si fonde al classicismo sentimentale che unisce due anime contrastanti, due personalità diversamente timorose. Ed è anche l’impalcatura musicale a far crescere e decrescere gli incubi dei protagonisti: rimpicciolimenti, gabbie che appaiono e scompaiono e sottolineature colorate trovano una linfa nel parallelo compiuto dai brani.

Nel film “indie” c’è un continuo ricorso ai brani , al brano che possa apparire spiazzante o risolutivo. Il singolo compositore soccombe oppure armonizza, con sapienza: accade certamente in Mysterious skin, dove l’estasi e l’abbandono generati dall’abuso dell’adulto si aprono, impensabilmente, grotteschi e disperati, ad un oblio cullato dalle note dei Sigur Ros. Gioco facile dell’innevato con il sudore in luce psichedelica, dell’etereo contro l’incarnazione: gioco facile ma di estrema potenza cinematografica.

Esistono persino riusciti adattamenti nostrani dell’idea di cinema indie: Le conseguenze dell’amore, che impone Paolo Sorrentino, ha un compositore “ufficiale” a tenere le redini della storia. Tuttavia le pomposità e le enfasi solipsistiche non trovano eccessivo spazio nella concezione sonora di Pasquale Catalano: si susseguono gli innesti di singoli momenti affidati ad immagini e suono. E allora una scala mobile che trasporta un omino con la valigia avvolto da una luce elettrica e fredda, viene tagliata trasversalmente dalla macchina da presa e dalla teporosa elettronica di Lali Puna. Il rischio è evidente, nell’accostare a momenti topici e a immagini quadro artisti come Mogwai, Boards of Canada, Sufjan Stevens – pensiamo alla grazia bohemienenne di alcuni momenti di Little miss sunshine (2005) (più folk dei titoli precedenti): ci si orienta verso una frammentarietà ostentata, verso la costruzione di piccoli spazi divisi e incomunicabili in cui l’emotività sembra crescere a dismisura, riempire le stanze immaginarie, implodere tristemente cancellando l’osservazione critica.

Accade a volte che l’effetto – sopraffazione si manifesti, e non solo nel cinema: la serie britannica Skins riempie i vuoti narrativi e le derive modaiole con i Portishead e altri suoni sapientemente “alternativi”. L’omaggio e la delicatezza si fanno maniera: ed è qui che arriviamo al 2009, con quei 500 days of summer- che non è l’estate, ma una ragazza che si chiama così, e non Sole. Anche Mark Webb, annunciato come “regista di videoclip”, titolo a mo’ di condanna, realizza il suo film indie e mescola nel calderone Magritte, l’architettura dei luoghi di una Los Angeles non vista, l’omaggio agli anni ’80, la malinconia gaia degli Smiths. Molti azzurri, a partire dagli occhi enormi della protagonista vintage, molti colori e gusto per gli oggetti: la storia d’amore e disamore, semplice e credibile, si articola attraverso l’abusata e sempreverde tecnica della decostruzione temporale. Ma è la musica, intesa come anima e linfa vitale, a mancare. Se è vero che il ricorso all’interruzione del brano topico al cinema è uno stratagemma efficace, che libera il pensiero e le associazioni e impedisce di assoggettarsi ad un trito flusso romantico, possiamo dire che qui non accade. L’uso del pezzo pop, talvolta frettolosamente interrotto, spesso clonato o distorto, appare più come un modo economico di presentare il pezzo singolo.

“Passare” la musica come un dj, interromperla con la voce, farla ricordare: un’economia del suono che procede per ammiccamenti più che per ponderate scelte registiche. Ed è in questo senso che la storia di un amore impossibile, condito di indifferenza, appare come un momentaneo epitaffio per un genere – non genere. La disorganicità prolifica piegata ai siparietti, alle facce, all’omogeneo assunto di sempre.

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